L’Amazzonia in fiamme e perché il sovranismo populista è una minaccia per il clima

La foresta pluviale amazzonica è in fiamme: stiamo vedendo le immagini rimbalzare sui social, sulle pagine dei giornali, dagli schermi delle TV ed è difficile sopravvalutare l’impatto per il clima del disastro in atto, che si somma ai roghi di dimensioni apocalittiche che quest’estate abbiamo visto scatenarsi in altre aree del pianeta quali Siberia ed Alaska.

Il polmone amazzonico, come noto, ospita la più grande concentrazione di biodiversità sul pianeta, produce il 20% dell’ossigeno sulla Terra ed è un gigantesco deposito che mitiga l’effetto serra tenendo ferme circa 140 miliardi di tonnellate di carbonio.

Nel 2019 in Amazzonia sono stati rilevati quasi il doppio degli incendi rispetto all’intero 2018 e, mentre il nuovo presidente Jair Bolsonaro minimizza e arriva addirittura ad accusare le Ong ambientaliste di appiccare gli incendi “per attirare l’attenzione”, è chiaro come la svolta politica che ha portato al potere in Brasile il populista di estrema destra sia una delle concause di quanto sta accadendo.

Non a caso Bolsonaro, che è entrato in carica a gennaio, è soprannominato “Capitan Motosega“, e ha tagliato i fondi per le agenzie che proteggevano la foresta dando un esplicito via libera a chi vuole sfruttare l’Amazzonia e usa il fuoco come strumento per far posto ad allevamenti e coltivazioni.

Tutto ciò sottolinea un punto importante: l’ondata di populismo di destra che ha colpito varie potenze, gli Usa di Trump in primis, ma anche molti Paesi europei e non, è una grossa minaccia per la lotta globale al cambiamento climatico.

Bolsonaro, il Trump dei tropici, con il presidente americano, oltre alle posizioni razziste, sessiste e antidemocratiche, condivide anche l’approccio alle politiche ambientali e climatiche: Trump ha definito il fenomeno del cambiamento climatico “una bufala cinese”, ritirato gli Usa dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e recentemente presentato un piano di “regolamentazione del carbonio” che potrebbe effettivamente aumentare le emissioni.

Ma The Donald e Bolsonaro non sono casi a sé stanti nel panorama dei sovranismi populisti, anche se sfumature “verdi” esistono anche in certi movimenti “neri”: una ricerca pubblicata a febbraio dell’Istituto tedesco Adelphi (link in basso) ha rilevato che 18 dei 21 maggiori partiti di estrema destra europei sono generalmente indifferenti all’azione per il clima o si oppongono apertamente.

Due su tre degli eurodeputati populisti di destra – rileva lo studio – votano regolarmente contro le misure di politica climatica ed energetica. Nell’unico organo eletto direttamente in Europa, il Parlamento europeo, la metà di tutti i voti contrari alle risoluzioni su clima ed energia provengono dallo spettro del partito populista di destra.

Nigel Farage, il leader del partito britannico Brexit, recentemente ha definito il cambiamento climatico una “truffa” durante un’intervista al teorico della cospirazione Alex Jones. La tedesca Alternatives fur Deutschland (AfD) afferma nella sua più recente piattaforma elettorale che “la CO2 non è un inquinante, ma una componente indispensabile di tutta la vita”.

Per venire all’Italia, il capitolo del report dedicato alla Lega si spiega che “sebbene il programma di partecipazione menzioni i cambiamenti climatici nel contesto della diffusione di energia rinnovabile e sostenga misure di adattamento climatico, il tema è per lo più assente dalle comunicazioni ufficiali.”

La Lega, si spiega, si è anche astenuta dalla ratifica dell’accordo di Parigi, definendolo “un compromesso al ribasso nel continuare a consentire alle società cinesi e ai paesi in via di sviluppo di competere in modo non equo con le società italiane, che rispettano pienamente la produzione ecologica’” (citazione dal deputato Gianluca Pini componente della commissione Affari esteri e comunitari nella scorsa legislatura) e il partito di Salvini ha votato contro tutte le proposte analizzate di politica climatica ed energetica dell’UE presentate al Parlamento europeo tra il 2014 e il 2018, ad eccezione del voto sulla prestazione energetica negli edifici.

D’altra parte, è l’idea che ci si fa leggendo il rapporto, è proprio il dna di questi movimenti politici ad essere incompatibile con la lotta al global warming: una sfida complessa come quella del clima, che può essere combattuta solo ragionando sul lungo termine, cercando una collaborazione internazionale ed essendo pronti anche a prendere misure impopolari, è decisamente fuori portata per chi mette in primo piano politiche isolazioniste e una concezione miope degli interessi nazionali oltre alla ricerca del consenso sul breve termine proponendo soluzioni semplici se non semplicistiche e capri espiatori quali i migranti e l’Europa.

Source: Qualenergia.it

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