Non solo clima: il fracking è un grosso problema anche per l’acqua

L’estrazione di petrolio e gas dai giacimenti non convenzionali consuma molta, troppa acqua, secondo un recente studio della Nicholas School of the Environment dell’americana Duke University.

Tanto da mettere nuovamente in discussione la sostenibilità ambientale di una delle tecniche più controverse inventate per sfruttare i bacini di shale gas/shale oil: il fracking, che consiste nel frammentare e sfaldare gli scisti grazie a delle miscele di sostanze chimiche con acqua e sabbia, pompate nel sottosuolo a pressione elevatissima, in modo da permettere la fuoriuscita degli idrocarburi intrappolati nelle rocce.

Gli autori della ricerca, pubblicata su Science Advances (The intensification of the water footprint of hydraulic fracturing, documento completo allegato in basso) hanno raccolto e analizzato i dati sull’attività di oltre 12.000 pozzi negli Stati Uniti in sei anni, dal 2011 al 2016, tra cui il relativo consumo idrico, la produzione finale di gas e petrolio e la quantità delle acque “di ritorno”.

Queste ultime sono le acque di scarto, costituite, in parte, dal fluido impiegato inizialmente per fessurare gli scisti e in parte dai depositi salmastri presenti nel terreno.

Secondo le rilevazioni della Duke University, in sintesi, la quantità d’acqua utilizzata per il fracking in ogni singolo pozzo è aumentata fino al 770% dal 2011 al 2016.

I volumi di liquido di scarto, invece, sono incrementati fino al 1440% nello stesso periodo, considerando, in questo caso, l’acqua di ritorno, tossica e altamente salina, generata solo nel primo anno di produzione di ciascun pozzo.

I giacimenti del bacino permiano, in Texas-Nuovo Messico, sono quelli con il consumo idrico maggiore, ben 42.500 metri cubi/pozzo in media nel 2016 (erano 4.900 metri cubi nel 2011).

Il quadro poi è destinato a peggiorare, perché i ricercatori dell’ateneo americano prevedono che l’impronta idrica (water footprint) per l’estrazione di gas e petrolio non convenzionale sarà sempre più marcata nei prossimi anni.

Difatti, le loro proiezioni, basate su complessi modelli matematici, mostrano che l’acqua complessivamente consumata nei giacimenti di shale gas crescerà fino a 50 volte dal 2018 al 2030.

Così, ricorda il documento, anche se i primissimi studi sul fracking evidenziavano che l’utilizzo del prezioso liquido era sostanzialmente in linea o poco superiore rispetto allo sfruttamento delle altre risorse energetiche (miniere di carbone, gas convenzionale e così via), le nuove analisi della Duke University segnalano una tendenza molto preoccupante.

I problemi sono di diverso tipo: da un lato, come trattare l’acqua di scarto inquinata, senza contaminare il suolo, dall’altro, come ridurre lo stress idrico del fracking, nei territori prevalentemente aridi o semi-aridi dove si trova la maggior parte dei pozzi esplorati dall’industria del settore (vedi la mappa sotto).

Tutto questo ci riporta alle recenti considerazioni sugli impatti ambientali delle fonti fossili e del nucleare, per quanto riguarda, in particolare, l’elevato consumo d’acqua nei sistemi di raffreddamento degli impianti termoelettrici e dei reattori atomici.

Molti dei quali sono stati costretti a chiudere temporaneamente, o a diminuire la produzione, proprio a causa delle ultime ondate di calore estive, con il conseguente divieto di prelevare l’acqua da laghi e fiumi (vedi QualEnergia.it: Un’altra estate torrida in Europa impatta sulla produzione termoelettrica).

D’altronde, il rischio idrico, secondo i dati diffusi nei mesi scorsi dal World Resources Institute (WRI), è una delle principali minacce per il funzionamento delle centrali a gas/carbone e nucleari in vaste regioni del Pianeta, caratterizzate da scarse precipitazioni e dalla competizione tra i differenti usi dell’acqua nell’agricoltura, nelle industrie e per l’approvvigionamento quotidiano delle abitazioni.

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Source: Qualenergia.it

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